di Sofia Landroni
Pier Paolo Pasolini, uno degli intellettuali e registi più significativi del Novecento italiano, è stato sempre un osservatore critico della società contemporanea, un autore che ha esplorato i meccanismi di potere, le disuguaglianze e le tensioni politiche. Il suo cinema non era solo un veicolo di denuncia sociale, ma anche un’esplorazione complessa della condizione umana, spesso con un tono visionario e provocatorio, e il film “Porcile” ne è un chiaro esempio. Lì si nota perfettamente come Pasolini affrontasse la critica alla società borghese e consumista, mescolando elementi di critica sociale, simboli e riflessioni filosofiche, fondamentali per lui. In “Porcile”, Pasolini racconta due storie parallele che si intrecciano: una è quella di un ragazzo, interpretato da Ninetto Davoli, che vive in una società in cui il rapporto tra gli uomini è dominato dalla brutalità e dall’alienazione; l’altro scenario è quello di un uomo che si sottomette alla logica della produzione industriale e alla mentalità consumistica. Il film utilizza un linguaggio provocatorio, mescolando realtà, immaginazione e violenza, per delineare una società che ha perso ogni contatto con i valori umani più profondi. Il “porcile”, che nel film diventa una sorta di metafora della degradazione morale e sociale, rappresenta la condizione di un’umanità che ha rinunciato a sé stessa per abbracciare la logica del consumo lasciando perdere moralità e politica.
Nonostante “Porcile” sia un’opera radicata nel contesto degli anni ’60, la sua critica alla disumanizzazione e al consumismo è straordinariamente attuale, soprattutto se paragonata alla condizione delle nuove generazioni, di noi giovani studenti che cerchiamo di partecipare a qualsiasi movimento per far sì che il mondo possa cambiare, anche di poco, in meglio, e non sempre in peggio. Oggi, infatti, molti giovani si sentono partecipi di conflitti globali che vanno oltre le frontiere nazionali, anche se non coinvolti direttamente in guerre come quella israelo-palestinese, in Ucraina o nelle elezioni americane. La crescente globalizzazione delle informazioni, amplificata dai social media e dai mezzi di comunicazione, ha reso ogni evento internazionale un fatto che riguarda anche chi non è fisicamente coinvolto. I giovani di oggi si sentono parte di una rete globale, partecipano attivamente al dibattito pubblico e si preoccupano delle sorti dell’umanità come se i conflitti lontani, le ingiustizie sociali e le crisi politiche li riguardassero direttamente, perché in fondo è così, perché il mondo che viene costruito ora, è quello che si ritroveranno i nostri figli, e io personalmente, non so voi, ma vorrei far crescere i miei figli in un mondo diverso da quello che hanno visto i miei nonni, i miei genitori e io stessa. Questo fenomeno di partecipazione globale non è altro che l’espressione di una nuova forma di coscienza collettiva, che potrebbe essere paragonata, in un certo senso, alla critica pasoliniana di “Porcile”, dove la disumanizzazione si esprime attraverso un “gioco” di valori e azioni che coinvolgono tutti.
La connessione tra il film di Pasolini e la condizione contemporanea dei giovani sta proprio in questa tensione tra l’individuo e la collettività, tra la propria realtà e la realtà globale. Pasolini ci mostra come l’individuo sia sempre inserito in un contesto politicamente più grande, e questo è un tema che si ritrova oggi in modo amplificato nei giovani. La nostra sensibilità verso tematiche globali, anche se non direttamente collegate alla nostra esperienza immediata, evidenzia una sorta di partecipazione alla sofferenza altrui e una spinta verso un bene comune che trascende i confini nazionali.
Pasolini, attraverso il suo cinema, cercava di scuotere le coscienze, di far ragionare, di rendere vivi il pensiero e la politica, di attivare un meccanismo all’interno di tutti noi, per renderci esseri consapevoli della nostra situazione, e in grado di denunciare le atrocità che purtroppo fanno parte di tutte le società. In “Porcile” la denuncia del consumismo e della violenza presente nell’era moderna è un invito a riscoprire un contatto più profondo con la realtà e con la propria umanità. Oggi, molti giovani si sentono parte di conflitti lontani e sono, in un certo senso, imprigionati nello stesso “porcile” della modernità, ma invece di una alienazione totale, come in Porcile, si fa strada una partecipazione empatica. Noi, pur vivendo in un contesto globalizzato, cerchiamo di restare umani, cercando di contribuire, in modo diretto o indiretto, al bene comune.
Se nel film pasoliniano la società è rappresentata come una prigione di consumismo e disumanizzazione, noi giovani d’oggi, pur vivendo in un mondo altrettanto complesso e frammentato, volto al progresso costante, sommersi dal consumismo e da macchinari senza sentimenti che prendono i nostri posti lasciando a casa milioni di lavoratori, siamo in grado di resistere a questa logica, cercando di dare valore a ogni azione che possa migliorare la collettività. La partecipazione dei giovani alla causa globale, pur senza un coinvolgimento diretto, è un atto che, sebbene lontano da una “guerra” fisica o concreta, si combatte ogni giorno nella riflessione, nella solidarietà, nell’attivismo, nella lotta contro le ingiustizie. In questo senso, Pasolini, pur nella sua visione cupa e critica, ci consegna una lezione: la partecipazione è una forma di resistenza, una possibilità di restare umani anche quando tutto sembra andare in direzione opposta. E forse, Pasolini sarebbe fiero di noi.

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