di Sofia Landroni
Il 25 aprile non è una data. È un respiro che torna ogni anno, puntuale, come l’aria che arriva dopo essere stati troppo sott’acqua. È un canto, è un nome, è un urlo che ha attraversato le montagne, le piazze, le stanze buie. E che ancora oggi continua a fischiare, anche se qualcuno fa finta di non sentirlo.
“Fischia il vento” non è solo una canzone partigiana. È una dichiarazione di vita. È il suono di chi ha scelto di resistere, anche quando avrebbe potuto sopravvivere più facilmente senza farlo. È il vento che si alza quando qualcuno, da qualche parte, decide che la libertà vale più della paura. Ed è per questo che fischierà per sempre.
La Resistenza non è un capitolo chiuso, non è una pagina da commemorare con le bandiere stropicciate e i discorsi istituzionali che si somigliano tutti. La Resistenza è un modo di stare al mondo. È dire no, ogni volta che il potere si fa ingiusto. È scegliere l’inquietudine della coscienza invece del silenzio comodo. È credere che anche una voce sola, anche una ragazza con una penna, possa continuare a far rumore.
In questi tempi dove il revisionismo si maschera da opinione e la memoria da nostalgia, dire “25 aprile” è un atto politico. È dire che non siamo neutrali, che non vogliamo esserlo. È dire che la libertà non è un regalo che ci è stato fatto, ma un’eredità da meritare ogni giorno. È dire che la Costituzione non è un foglio da citare in caso di bisogno, ma un patto vivo, scritto col sangue e con l’amore.
Io sono nata in un’Italia che si dice libera. Ma questa libertà, oggi, ha bisogno di essere custodita con lo stesso coraggio di chi la conquistò. Ha bisogno di studenti che leggano, che discutano, che si arrabbino. Ha bisogno di corpi nelle piazze, di libri sottolineati, di scelte radicali. Perché la Resistenza non è solo storia. È una postura. Un’estetica del dissenso.
C’è chi dice che è roba vecchia, che ormai è tutto superato. Ma la verità è che i fascismi non muoiono mai del tutto. Cambiano pelle, si travestono da ironia, da ordine, da normalità. E allora ogni 25 aprile serve a ricordare che il vento fischia ancora, e che sta a noi continuare a farlo soffiare.
Fischia il vento nei cori stonati dei cortei, nei pugni alzati, nei manifesti attaccati di notte, nelle parole scritte a penna sul diario di scuola. Fischia il vento nelle canzoni, nei film che parlano d’amore e di guerra, nelle storie dei nonni che invecchiano, ma non si spezzano. Fischia il vento ogni volta che qualcuno dice no. Ogni volta che scegliamo l’umanità invece della paura. Ogni volta che ricordiamo che essere liberi è un verbo, non un aggettivo.
Il 25 aprile non è una festa. È una promessa.
E io, questa promessa, voglio mantenerla. Anche solo scrivendo. Anche solo fischiando.

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