A Martina

di Sofia Landroni

Non eri mia sorella. E lo sei diventata.

Ti ho riconosciuta
come si riconosce un odore d’infanzia,
d’improvviso,
nel corridoio di un giorno qualunque.
Non ti conoscevo.
Ma eri mia sorella
prima ancora che morissi.

Avevo anch’io quattordici anni.
E mi sentivo immensa.
Regina di niente,
sacerdotessa di brividi e primi baci,
con l’illusione che bastasse amare
per essere amate.

Ma ieri ho rivisto le mie foto:
piccola, fiera, tenera da far male.
E il mio cuore
quel cuore che si credeva forte
si è accartocciato
come un fiore preso dal vento.

In quello scatto c’eri tu.
Non con il volto,
ma con la carne della tua assenza.
Ti ho sentita seduta accanto a me,
mani nei capelli,
il cuore esposto come un petalo nudo.

E ti hanno recisa.
Come si recide
una rosa che sboccia fuori stagione,
senza motivo,
senza pietà.

Io non ero lì.
E da allora,
porto la tua assenza come una ferita verticale,
che non sanguina,
ma brucia ogni giorno.

Non ho fatto nulla per meritare
di essere ancora viva.
Sono rimasta
solo perché il destino,
quel vigliacco ubriaco,
ha lanciato i dadi col nome tuo e non il mio.

Ti chiedo scusa
col silenzio che pesa più delle parole.
Ti chiedo scusa
per tutte le volte in cui pensavo di sapere cos’è l’amore,
e tu
che lo avevi capito meglio di me
sei morta per aver detto no.

Martina.
Ti ho sognata questa notte,
avevi in mano le scarpe da ginnastica
e volevi correre via.
Io ti aspettavo con la porta aperta.

E ora
ogni volta che guardo la mia foto a quattordici anni,
la tengo stretta.
La tengo anche per te.

Perché nessuna
dovrebbe mai essere spezzata
per il solo fatto di avere amato.
O di avere smesso.

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