Paura: ombre e luci

di Ludovica Groppoli, 3^ F

Si possent homines, proinde ac sentire videntur
pondus inesse animo quod se gravitate fatiget,
e quibus id fiat causis quoque noscere…

Gli uomini sentono di avere nel profondo del loro cuore
un peso che li schiaccia, un peso estenuante,
ma non riescono a capire il motivo di questo tormento…

Lucrezio, De rerum natura, vv 1053-1055

Spesso ci sentiamo invasi dalla Paura, un sentimento difficile da definire a parole, i cui contorni sono indistinti e la cui origine profonda dimora dentro di noi. Si tratta di un’abile affabulatrice che, facendo leva sulla nostra componente irrazionale, alimenta un fervido immaginario e genera reazioni molto diverse tra loro. C’è chi crede di vincere la paura mascherando la propria inquietudine nell’esercizio della forza, e c’è invece chi si isola, ritenendo che allontanare gli altri equivalga a salvare sé stessi, ma così facendo si perde ancora di più. Ed è forse proprio il carattere innato – e quindi oscuro – della paura che porta chi ne è vittima a temere se stesso e a cercare di estirparla prima che scateni comportamenti distruttivi e antisociali.

Se invece ci interrogassimo sulle potenzialità costruttive della Paura? A ben guardare, la perdita di controllo che questa comporta non sarebbe poi così dissimile dalla condizione dell’ἐνθουσιασμός greco, lo stato di grazia che ispirava i poeti antichi. La follia divina, infatti, conosciuta anche come θεία μανία, è un’esperienza emotiva violenta che si riteneva all’origine dell’ispirazione poetica. Platone scrive nel Fedone: «Chi giunga alle soglie della poesia senza il delirio delle Muse, convinto che la sola abilità lo renda poeta, sarà un poeta incompiuto e la poesia del savio sarà offuscata da quella dei poeti in delirio».

Ed ecco che nella scrittura letteraria la paura può diventare un potente motore creativo. È questo il caso di Guy de Maupassant che, afflitto da disturbi nervosi, narrò una realtà spaventosa abitata da fantasmi. I suoi racconti testimoniano la paura più ineffabile e terrificante che esista per l’uomo, quella che prova verso se stesso quando si sente minacciato da qualcosa che non comprende. Ne Le Horla il protagonista vive una condizione disturbante di spaesamento nella sua stessa casa, che immagina essere abitata da un Altro. Le visite di questo essere, invisibile eppure presente, suscitano una paura indefinita, insuperabile e costante di perdere il dominio razionale.

Come accade sempre nei racconti di Maupassant, il terrore comporta autosuggestione, e il nemico invisibile più difficile da combattere finisce per identificarsi con chi vive dentro di noi.

I più curiosi potrebbero domandarsi: “Da dove ha origine questo immaginario segnato dalla Paura?”. La risposta è duplice: sia dalle esperienze individuali sia dai cosiddetti “paradigmi di paura”, diffusi e al contempo promossi all’interno della complessa rete collettiva che è la Società. Da essa scaturiscono questi archetipi, che diventano parte integrante dell’inconscio collettivo e si manifestano nelle culture, nelle storie e nei miti.

Il sentimento di paura, comunemente condannato dalla collettività, in una prospettiva letteraria può così essere riletto a partire dal mito greco, dove viene evocato in forma drammatica per essere esorcizzato e assumere così forme più leggibili e definite. La narrazione mitica si popola allora di emblematiche creature mostruose, come Tifone, Medusa o l’Idra di Lerna, incarnazioni di un’inquietudine antica in cui lo spettatore continua anche oggi a riconoscersi.

L’incontro ravvicinato con esseri mostruosi, tanto fantastici quanto intimamente umani, consente di avviare un intimo processo di autoanalisi e acquisisce un valore pedagogico determinante per la stabilità sociale: fin da bambini, infatti, impariamo a definire l’oggetto della nostra paura e a trovare vie – reali o magiche – per superarla.

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