Rappresentare senza mostrare: come (non) portare in scena la violenza, dalla tragedia greca a oggi

di Benedetta Parrilli, 2^ H

Quando le scene più cruente non si vedono

Nel cinema contemporaneo le scene violente avvengono spesso davanti alla telecamera. Risse, ferimenti e persino uccisioni: tutto, oggi, si svolge sotto gli occhi dello spettatore. Eppure, scegliere di non mostrare esplicitamente la violenza, ma di accennare solamente ad essa è una tecnica narrativa altrettanto efficace.    

Attraverso l’analisi del linguaggio cinematografico e di quello teatrale, parleremo di alcune opere in cui la violenza non viene mostrata direttamente, e cercheremo di capire perché, spesso, ciò che ci sconvolge di più è ciò che avviene lontano dai nostri occhi.

La violenza nel cinema

Tra i film d’azione, i thriller, gli horror e tutti i generi cinematografici esistenti non è raro vedere scene violente sul grande schermo. Non si parla solo delle morti cruente che caratterizzano gli splatter, ma anche di quando ci viene mostrata una rissa o un personaggio ferito. La frequenza con cui scene del genere avvengono davanti alla telecamera ci ha assuefatto: non siamo sorpresi di vederle, anzi, ce le aspettiamo. E se invece non si vedessero? Esistono vari casi in cui funziona proprio così. Cominciamo dal caso di La parola ai giurati.

La parola ai giurati, quando la narrazione sostituisce l’azione

Siamo in una stanza con le finestre aperte e la porta chiusa a chiave. Intorno al tavolo posto al centro siedono dodici uomini. Uno di loro prende la parola e ci trasporta in un’altra stanza completamente diversa dalla prima: dentro ci sono un uomo e un ragazzo, padre e figlio. È in atto un litigio piuttosto acceso. 

All’improvviso il ragazzo perde la pazienza e si avventa urlando sul padre. Una scena drammatica, peccato che  esista solo nella nostra mente: non ci siamo mai mossi dalla stanza dove sedevano i dodici, abbiamo solo sentito uno di loro narrare questo episodio. Eppure, per un momento abbiamo tutti pensato di vedere il ragazzo uccidere suo padre, giusto?

La parola ai giurati (12 Angry Men) è un film del 1957  noto per la scelta di concentrare tutta l’azione nel luogo in cui la giuria sta tenendo la discussione che precede il verdetto del processo a un ragazzo accusato di omicidio. 

Proprio perché la telecamera non lascia mai quelle quattro mura, tutte le vicende che si sono svolte all’esterno vengono ricostruite attraverso la narrazione affidata ai giurati. L’omicidio non si vede, né si vedono l’arresto e le fasi precedenti del processo. Tuttavia, non si tratta certo di un espediente narrativo originale.

Le origini: il teatro greco

Una soluzione di sceneggiatura come questa è apparsa all’uscita del film originale e innovativa, nonostante riprenda in realtà una tecnica antichissima. Come spesso accade in quella che chiamiamo storia della letteratura – o della cultura occidentale – anche in questo caso le radici del fenomeno vanno cercate nell’antica Grecia; più precisamente nel teatro portato in scena ad Atene nel V secolo a.C.

I primi a usarla furono tragediografi come Eschilo, Sofocle ed Euripide, i quali, ispirandosi ai miti più diffusi ai loro tempi, hanno riempito le loro opere di fatti cruenti, senza però mostrare direttamente queste atrocità, che in genere avvenivano fuori scena e poi venivano indirettamente fatte conoscere allo spettatore attraverso vari espedienti. Si pensi per esempio alle urla dei figli nella Medea di Euripide o all’araldo che annuncia al re Teseo le morti della regina e del principe nell’Ippolito. Un altro ottimo esempio è l’uccisione, per mano di Oreste, di Egisto e della madre Clitennestra, moglie e assassina del re Agamennone (il cui omicidio avveniva pure fuori scena nell’omonima tragedia di Eschilo). Dei tre autori che ne hanno raccontato la fine (Eschilo nelle Coefore, Sofocle ed Euripide in due tragedie entrambe intitolate Elettra), nessuno ci fa vedere il momento in cui avviene il massacro.

Certo, c’erano anche casi in cui la morte del personaggio avveniva davanti agli occhi dello spettatore, ma gli esempi in questo campo sono molto meno numerosi. Per citarne uno, si pensi  alla morte di Aiace nell’omonima tragedia di Sofocle: in preda all’umiliazione per aver sterminato una mandria di buoi che la dea Atena gli ha fatto scambiare per i compagni rei di avergli negato le armi del defunto Achille, l’eroe, per preservare quanto resta del proprio onore, decide di suicidarsi. Il pubblico lo vede mentre poggia a terra la spada donatagli da Ettore e vi si getta sopra. Ma, come detto in precedenza, è molto raro vedere una scena del genere.

Al contrario, nonostante non siano mostrate sul palco, le dinamiche di reticenza sopra citate sono coinvolgenti al punto da essere forse le più note delle rispettive tragedie. Ma in che modo una simile tecnica riesce a coinvolgere lo spettatore? E che effetto fa rispetto ai casi in cui la violenza viene mostrata platealmente sullo schermo?

La rappresentazione della violenza è legata al coinvolgimento emotivo

In un saggio sul tema della violenza nel teatro e sul grande schermo, Patrick Primavesi, professore di Scienze teatrali presso l’Università di Lipsia, afferma che al cinema questa esprima e assecondi il godimento che gli spettatori provano alla vista di scene cruente, pur vergognandosi di ammetterlo: lo schermo diventa una sorta di barriera che separa dai personaggi e dall’orrore che vivono. Siamo tutti contenti, per esempio, di vedere la protagonista di Kill Bill uccidere gli autori del massacro in cui avevano perso la vita il suo fidanzato e le sue amiche, oppure la fine del sadico schiavista Calvin Candie in Django Unchained. Visto che “tanto è tutto finto” solidarizziamo con i carnefici, senza minimamente pensare all’effetto che uno scenario simile farebbe nella vita reale, dove, per quanto deplorevole possa essere la vittima, forse ci indigneremmo per un omicidio e sicuramente ne resteremmo scioccati. E anche nei casi in cui la violenza non è fatale, tendiamo a pensare più a quanto sia forte il personaggio uscito vincitore da una rissa che alle lesioni gravi o permanenti causate agli avversari. 

Una reazione simile non è replicabile in teatro, dove gli attori interagiscono direttamente con il pubblico, che prova dunque un forte coinvolgimento emotivo.

Secondo Primavesi è proprio il coinvolgimento emotivo che permette allo spettatore di empatizzare con i personaggi senza che sia messa in scena la violenza: in questa condizione non è necessario vedere cosa succede; la consapevolezza, confermata da parole o suoni, che qualcosa sta succedendo è sufficiente.

Ma siamo sicuri che quanto si sta dicendo per il teatro non possa essere valido anche per il cinema?

Esempio a dimostrazione della tesi: La voce di Hind Rajab

Una conferma di questa ipotesi la troviamo nel film La voce di Hind Rajab (2025), diretto da Kawthar ibn Haniyya, in cui seguiamo una squadra di volontari della Mezzaluna Rossa in contatto con una bambina palestinese bloccata in un’auto, sulla quale un carro armato israeliano ha aperto il fuoco uccidendo gli zii e i cugini della piccola.

La bambina non compare mai direttamente sullo schermo, se non in alcune fotografie: ne sentiamo però la voce. Ma questa voce che appartiene a una bambina sola, in lacrime, esposta a mille pericoli e con poche speranze di sopravvivenza, diventa più che sufficiente a toccare anche i cuori più duri. 

E così come il suono della sua voce bastava a generare ansia e a portare tensione sullo schermo, nessuna immagine potrebbe essere più straziante del suono degli spari che la spengono nell’epilogo del film.

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