di Andrea Fadiga, 5^ D
Ognuno di noi ha in casa propria, che sia in soffitta, in cantina o in garage, uno di quegli scatoloni IKEA pieni di cose dimenticate o, meglio, emarginate dove si è sicuri di non pensarci mai. È un’illusione di ordine, ottenuta facendo il minimo sforzo, che ci dà l’orgoglio di avere tutto al proprio posto (che, se poi serve qualche documento o modulo, sai già dove guardare).
L’Italia ha il suo scatolone, un contenitore di 63.493 persone (nel 2025, secondo i dati del Ministero della giustizia), abbandonato nella cantina che la società si è costruita con leggi e decreti: il carcere. È uno scatolone straripante, relegato nell’angolo più buio, ma non totalmente dimenticato: dove i politici e le istituzioni non guardano, le associazioni gettano una luce, anzi, un ponte.
Ma le associazioni da sole possono poco: al carcere servono educatori, servono le idee e le persone, serve la voglia di cambiare un sistema che sta crollando sotto il peso della nostra indifferenza.
Non ci sono più scuse per la nostra paura: dobbiamo tornare ad aprire lo scatolone, togliere la polvere e fare finalmente ordine con la nostra coscienza. Ma per farlo fino in fondo, dobbiamo prima riconoscere i problemi che si sono accumulati nelle carceri.
Le carceri in Italia, tra populismo e sovraffollamento
L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che la pena debba essere rieducativa e risocializzante, e soprattutto non punitiva: ma oggi, dopo cinquant’anni dalla riforma dell’ordinamento penitenziario, il quadro è allarmante. Numeri alla mano, attualmente in Italia sono detenute circa sessantamila persone, con un tasso di sovraffollamento medio del 135%.
Il 70% degli ex detenuti torna a delinquere: in questo dato si legge il fallimento nel rispettare il valore rieducativo della pena. Nel 2012 la Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha condannato il carcere italiano, ma la sua tendenza più preoccupante non fa altro che proseguire: il populismo penale, ovvero lo sfruttamento da parte dei politici del tema carcerario, con una logica punitiva che mira a pene sempre più pesanti in nome della sicurezza.
Una pugnalata alle spalle dagli stessi politici che dovrebbero impegnarsi per migliorare le condizioni dei carcerati, ma che se ne ricordano solo quando devono ottenere consensi facili dando sfogo alla paura degli elettori.
E non si tratta di sinistra o destra, perché il fenomeno del populismo penale ha riguardato tutti i recenti governi: infatti, secondo uno studio del criminologo Roberto Cornelli, il 75% delle 5.500 leggi approvate negli ultimi trent’anni si basa sulla creazione di nuovi reati o sull’aumento delle pene previste per quelli esistenti.
E così l’Italia ha riempito il suo scatolone fino a farlo scoppiare, nascondendo distrattamente tutti i suoi problemi in un grande contenitore di emarginazione sociale che già da tempo ha cominciato a cedere sotto il suo peso.
Calpestare i diritti: così si attiva la macchina disumanizzante
Politiche punitive, sovraffollamento, e pene che non riescono realmente a rieducare i detenuti: le condizioni tragicamente ideali per rendere il rispetto dei diritti umani nelle carceri sempre più difficile.
I primi diritti che vengono violati sono l’istruzione, il lavoro, la salute. Senza questi diritti i detenuti sono logorati da giornate trascorse senza nulla da fare, senza nessun posto dove andare, soltanto aspettando le notti ancora più lunghe, dettate dal coprifuoco e dalla sveglia mattutina.
Se per l’opinione pubblica l’unica responsabilità richiesta dal carcere è la sicurezza, l’osservazione di qualunque altro scopo passa direttamente in secondo piano.
Quando le visite sanitarie dei detenuti sono dettate dalla possibilità del personale penitenziario di fornire una scorta, e quando per i detenuti tossicodipendenti (che rappresentano circa un terzo dei carcerati in Italia) non è possibile accedere a comunità e a percorsi di recupero perché ritenuti “non idonei”, si può dire che sia pienamente rispettato il diritto alla salute?
Come si può accendere una luce?
Un respiro di aria fresca per i detenuti viene dalla rete fittissima di persone impiegate nelle associazioni di volontariato come AVOC (Associazione Volontari Carcere) o l’associazione Chiusi Fuori, che hanno come unica arma gli strumenti di risocializzazione: istruzione, lavoro, affettività, cultura e salute.
Cosa significa per un detenuto frequentare un corso di cucito, di modellismo, di origami: quello che per una persona libera è un passatempo, è l’unico mezzo che il carcerato ha per far sì che il tempo passi. Così AVOC organizza attività di laboratorio e progetti per i detenuti, riuscendo forse a scandire in modo diverso le loro giornate.
Purtroppo, non sono solo questi i problemi dei carcerati. Perché c’è anche un dopo: un dopo il carcere, un futuro in cui sette su dieci di loro torneranno a delinquere. Cosa succede quando si esce dall’Inferno, sapendo che è molto probabile tornarci?
Difficile invertire questa tendenza, senza un supporto come quello dell’associazione Chiusi Fuori, che si impegna per trovare lavoro agli ex detenuti. Perché, senza lavoro e senza prospettive, ci si sente ‘chiusi fuori’: bloccati, anche fuori dal carcere, in un abisso di rassegnazione.
E la situazione è ancora più critica per i detenuti extracomunitari, che al termine della pena perdono il permesso di soggiorno e finiscono in strada, aumentando il rischio di recidiva: è il paradosso di un sistema che investe soldi per tenere recluse delle persone, ma non si impegna per regolamentarle una volta libere.
E noi teniamo gli occhi chiusi
L’Italia ha quasi duecento carceri.
Duecento scatoloni che teniamo dove non li vogliamo vedere, nelle periferie, nelle zone più desolate e disabitate delle città; e intanto gli scatoloni si stanno sfaldando, imbottiti ben oltre il loro limite.
Nel 2025 si stima che la capienza delle carceri sia di quarantaseimila posti, quasi ventimila in meno rispetto al numero effettivo dei detenuti: con tassi di affollamento che raggiungono anche il 250%, i contenitori di corpi dello Stato italiano non reggono più. E il paradosso è che lo scorso anno, nonostante i reati siano diminuiti rispetto al 2024, i detenuti abbiano comunque continuato ad aumentare: circa duemila in più. Si può solo concludere che il carcere, oggi, non rieduca, non riabilita, non crea nulla: è solo capace di distruggere abbastanza in silenzio da darci la convinzione (o l’illusione) che la cosa non ci riguardi.

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