“Sometimes you need a dictator”: Trump e il rifiuto del diritto internazionale

di Arianna Enei, 1^ I

“Non ho bisogno del diritto internazionale, limita la mia moralità”. Ha dichiarato il presidente americano Donald Trump, in una lunga intervista al New York Times. Una posizione condivisa anche dal suo consigliere Stephen Miller, braccio destro e speechwriter di Trump fin dalla campagna del suo mandato, secondo cui le norme internazionali sono superflue in un mondo governato, inevitabilmente, dalla forza. Di fronte a queste dichiarazioni, sorge spontanea la domanda: come possiamo vivere in una realtà in cui le regole non vengono rispettate? In ogni contesto, piccolo o grande che sia, le regole permettono infatti all’essere umano di evolversi e cooperare: quando vengono meno, il conflitto aperto è inevitabile e, nell’arena internazionale, sfocia spesso nella guerra.

Gli Stati Uniti e l’ordine internazionale

Le Nazioni Unite, create dalle potenze vincitrici alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale, hanno per decenni contribuito a realizzare il nobile proposito di garantire la pace, attraverso il rispetto delle norme del diritto internazionale.

Fin dal secondo dopoguerra, gli Stati Uniti stessi si sono fatti promotori di tali valori, insieme agli ideali di democrazia e libertà, sia politica sia economica, e anche se non sempre questi ideali sono stati rispettati, il simbolo statunitense è sempre rimasto la libertà.

Oggi possiamo affermare che gli equilibri globali sono cambiati: gli Stati Uniti, guidati da Trump, rifiutano esplicitamente quelle norme internazionali che hanno finora garantito la stabilità internazionale, distruggendo anche solo la parvenza di ideali legati alla libertà.

Durante la conferenza stampa del 3 gennaio, tenutasi in seguito all’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, presidente venezuelano, Donald Trump ha dichiarato di ispirare la sua linea di politica estera alla dottrina Monroe, elaborata dall’omonimo presidente statunitense negli anni Venti dell’Ottocento. 

Il Tycoon sostiene addirittura di aver superato il proprio predecessore e parla con orgoglio di “dottrina Donroe”, espressione dietro cui si intravede una nuova politica estera dichiaratamente interventista in America Latina: quella del 2 gennaio potrebbe essere solo l’inizio di una lunga serie di operazioni illegali.

In occasione del World Economic Forum, Trump ha emblematicamente dichiarato: “Di solito dicono di me: «È un orribile dittatore». Sono un dittatore, ma a volte c’è bisogno di un dittatore!”. Il diritto internazionale viene così calpestato in nome di interessi economici e politici unilaterali, e con esso sembra vacillare anche l’ideale di democrazia che era ormai diventato simbolo stesso degli USA.

L’operazione militare in Venezuela

Fino ad ora, l’espressione più significativa della “dottrina Donroe” si è verificata la notte fra il 2 e il 3 gennaio scorsi, quando Trump ha ordinato alla CIA e all’FBI di procedere alla cattura di Nicolás Maduro, in attuazione del mandato emesso dai magistrati di New York, basato su un atto d’accusa federale che accusa Maduro e altri funzionari venezuelani di cospirazione per narcoterrorismo. Quella notte 150 jet sono decollati alla volta di Caracas per colpire il complesso militare di Fuerte Tiuna, dove Maduro si trovava con la moglie Cilia Flores, e sono ritornati nelle basi statunitensi portando a bordo i consorti. Il 5 gennaio è iniziato a Manhattan il processo.

Sono le 22:46 del 2 gennaio e Trump ordina alla CIA e al FBI di procedere alla cattura di Nicolás Maduro: 150 jet decollano alla volta di Caracas per colpire il complesso militare di Fuerte Tiuna, dove Maduro si trova con la moglie. Per Trump si tratta della “più imponente azione dai tempi della seconda guerra mondiale”. 

Gli agenti dell’FBI saranno coloro che notificheranno il mandato d’arresto al presidente, spiccato dai magistrati di New York. Rubio osserva che la cattura è stata definita un ordine ritenuto necessario dai giudici americani, e non un mero atto di guerra. I jet di scorta rientreranno nelle basi con a bordo i consorti venezuelani, e ora tutto ciò che c’è da fare è attendere il lungo processo che si terrà nei prossimi mesi.

L’operazione, definita da Trump come “la più imponente azione dai tempi della Seconda Guerra 

Mondiale”, si è mossa su due livelli: da una parte con una trama di spionaggio, dall’altra con un approccio politico.

Il presidente statunitense aveva iniziato già dalla scorsa estate a condurre con la CIA operazioni sotto copertura per studiare i movimenti di Maduro e la sua rete di protezione; sembra inoltre plausibile che il rapimento sia stato orchestrato con la complicità di qualche elemento all’interno dell’apparato militare venezuelano. 

A pianificare l’incursione è stato il team formato da Marco Rubio, segretario di Stato, Pete Hegseth, segretario della guerra (così rinominato da Trump con un ordine esecutivo), e Stephen Miller, consigliere per la sicurezza interna, che probabilmente avevano previsto un’offerta di salvezza al dittatore sudamericano, la quale sarebbe però stata da lui rifiutata.

Nonostante l’amministrazione Trump rigetti questa accusa, l’attacco da parte degli Stati Uniti è “illegale”. Secondo l’articolo 2 dello Statuto delle Nazioni Unite, un attacco militare è autorizzato solo in tre circostanze: con l’approvazione del consiglio di sicurezza ONU, con il consenso dei rappresentanti politici dello Stato attaccato e quando la propria sicurezza è minacciata. L’attacco in Venezuela non rispetta nessuno dei tre criteri. 

Tuttavia, l’amministrazione di Trump si è servita delle accuse di narcotraffico per legittimare l’operazione; categorizzare la cattura di Maduro come un’operazione di polizia ha inoltre reso superflua l’approvazione del Congresso (che non è nemmeno stato preventivamente informato), necessaria invece per qualsiasi azione di guerra messa in atto dagli Stati Uniti.

Si nota inoltre che l’intento dichiarato della cattura di Maduro è in netto contrasto con alcune dichiarazioni fatte da Trump, secondo cui adesso gli Stati Uniti avranno un ruolo attivo nella gestione delle risorse petrolifere del Paese, che rientrano tra le più grandi al mondo.

Il ritiro da trattati e organizzazioni internazionali

Che Trump abbia in mente una nuova idea di ordine mondiale non è certo una novità. Il presidente statunitense ha infatti deciso di ritirarsi da 66 programmi e organizzazioni internazionali, di cui 31 legati alle Nazioni Unite, eliminando ciò che considerava un ostacolo alla sua visione dei rapporti internazionali. 

Tra queste, si trovano la Partnership for Atlantic Cooperation, volta a tutelare la regione atlantica, l’International Institute for Democracy, volta a supportare e rafforzare le istituzioni democratiche a livello internazionale, l’Electoral Assistance e Global Counterrorism Forum, volto a ridurre i danni causati dal terrorismo nel mondo, e la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, alla base dell’accordo sul clima di Parigi del 2015, da cui naturalmente Trump ha rescisso la partecipazione. 

Ugualmente grave è il ritiro da UN Women, ente che promuove l’uguaglianza di genere e si occupa di salute familiare, materna e infantile in più di 150 paesi, attraverso il fondo delle Nazioni Unite per la popolazione.

La Casa Bianca giustifica queste decisioni con la volontà di porre fine al finanziamento da parte dei contribuenti americani a enti, definiti dal segretario di Stato Marco Rubio “una minaccia alla sovranità, alle libertà e alla prosperità generale della nostra nazione”, che promuovono agende volte a tutelare il mondo intero invece degli Stati Uniti. 

Si teme che l’uscita di una grande potenza come quella statunitense metta a repentaglio la situazione globale, ma senza dubbio, nonostante la mancanza di appoggio dagli Stati Uniti, le organizzazioni continueranno a mantenere la loro missione.
Tali azioni lasciano nei cittadini di tutto il mondo preoccupazioni sul futuro del contesto geopolitico internazionale e sulla possibilità che le decisioni di singoli individui possano influenzare le sorti del mondo intero.

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