di Nathan Branzanti, 4^ E
Tutto nacque da un furto.
Il desiderio terribilmente consistente di un ragazzo irrefrenabile e una 35 mm della scuola di Cinema di Monaco, indispensabile per realizzare ciò che aveva compreso lo avrebbe per sempre appassionato: cortometraggi, documentari, opere dello spessore di Fitzcarraldo (1982) o Aguirre, der Zorn Gottes (“Aguirre, furore di Dio”, 1972), tutte nate solo dal suo estro creativo e garanzia di autenticità stilistica e autoriale.
Questo ragazzo si chiamava Werner Herzog.
Condizioni di partenza
Seguiamo le orme del giovane regista sul cammino che lo porterà al suo primo lungometraggio.
Herzog nasce nel 1942, a Monaco di Baviera – i genitori erano due biologi – ma ben presto la famiglia si trasferisce a Sachrang, villaggio al confine con l’Austria, per sfuggire ai bombardamenti. Qui, più che di ogni altra cosa, il giovane Werner sente l’influenza della natura circostante, che sarà l’anima, il cuore di ogni sua opera.
In questa sorta di eremitaggio montano, arriva a vedere il suo primo film a undici anni, era un documentario sugli eschimesi. A dodici, insieme alla madre e ai fratelli torna a Monaco per proseguire gli studi.
A questo periodo risale la convivenza in Elisabethstraße con Klaus Kinski, eccentrico attore che avrà con Herzog uno stretto legame e interpreterà alcuni dei suoi più folli protagonisti.
A 14 anni Werner si converte al cattolicesimo e in quello stesso periodo inizia a passare tanto tempo in lunghe camminate, arrivando a 15 anni a percorrere la distanza tra Monaco e l’Albania interamente a piedi.
Nel 1962, dopo aver fatto il saldatore, il custode di parcheggi e altri lavoretti notturni, riesce ad autofinanziare il suo primo cortometraggio, Herakles (“Ercole”).
Prima di “Segni di vita”
Herakles è un’opera prima davvero strana e peculiare, un insieme ben assortito di immagini di body-builders in allenamento con numerosi dettagli del corpo, e altre di guerra, bombardamenti e morte, in un connubio di machismo e potere distruttivo di cui traspare la critica neanche troppo velata.
L’anno dopo fonda la sua casa di produzione, che in un moto di narcisismo giovanile chiama Werner Herzog Filmproduktion ma consiste solo nel telefono e nella macchina da scrivere del suo appartamento. Intanto continua gli studi in storia, letteratura e teatro presso l’Università di Monaco.
Nel 1964 arriva il premio Karl Mayer per la sceneggiatura – diecimila marchi – che gli permette di girare il suo secondo cortometraggio Die beispiellose Verteidigung der Festung Deutschkreuz (“La difesa esemplare della fortezza Deutschkreuz”).
In questa sua seconda opera, Herzog approfondisce l‘analisi della follia della guerra, inserendola in un contesto surreale ma al contempo realistico: quattro ragazzi finiscono in una fortezza dove ritrovano tenute militari e fucili, e mentre una voce fuori campo rievoca racconti di tempi andati, impazziscono e iniziano a cercare e attaccare spasmodicamente presunti nemici.
Della produzione di questi anni non si può ignorare inoltre il cortometraggio Spiel im Sand (“Gioco sulla sabbia”) realizzato nel 1964 ma mai diffuso da Herzog che lo sentiva come “troppo estremo”.
Nel periodo immediatamente successivo il regista racconta di aver vissuto come un senzatetto per le vie di New York e poi di essersi guadagnato da vivere contrabbandando merce illegale sul confine tra Messico e USA dove impara lo spagnolo per osmosi.
Questo non gli impedisce di riprendere la sceneggiatura che lo aveva portato a vincere il premio Mayer: finanziato dal German Film Institute e tornato in Germania, nel 1967 realizza il suo primo lungometraggio.
“Segni di vita”: spazi e tempi altri
Una piccola panoramica e poi la camera si ferma, con il camion che trasporta i protagonisti attraverso dei tornanti collinari, fittamente intrecciati, con il veicolo che scompare e ricompare tra le salite e le discese, mentre scorrono i titoli di testa, mentre si fa protagonista la travolgente musica di Stavros Xarhakos.
È così che la carriera di Werner Herzog ha ufficialmente inizio: un’inquadratura statica di un paesaggio greco di carattere rurale, in bianco e nero.
La storia di Lebenszeichen (“Segni di vita”) è abbastanza semplice, ma è il modo in cui le vicende sono narrate ad essere geniale.
Si parla di Stroszek e dei suoi compagni Meinhard e Becker, soldati del Terzo Reich di stanza sull’isola di Kos dopo un’imboscata partigiana da cui hanno riportato alcune ferite. Sono assegnati alla protezione di un deposito di munizioni in una fortezza affacciata sul mare.
Lo sfondo storico è, come sempre in Herzog, un espediente per narrare attraverso spazi e tempi altri ciò che desidera rappresentare.
Scandire un tempo immobile
Nella fortezza affacciata sul mare, i tre protagonisti e la moglie greca di Stroszek passano molto tempo senza che nulla accada, il che è accentuato dal sapiente gioco di regia e dalla colonna sonora: nelle inquadrature statiche dei paesaggi, ripresi nella loro immensa profondità visiva e sentimentale, gli individui passano in secondo piano, come inghiottiti dal frinire delle cicale che sembra scandire un tempo immobile.
E questo è portato alla sua massima potenzialità con la musica di Xarhakos che cerca di riprendere i suoni e gli strumenti tipici greci. La colonna sonora incatena lo spettatore a quel luogo, con la ripetitività e la semplicità di quelle melodie esotiche.
Possiamo sentire la musica solamente quando la staticità dell’immagine viene meno, eccetto alcuni casi in cui si ha comunque una panoramica o un momento di particolare vitalità e ribellione all’immobilità preponderante nell’opera.
La camera passa alla mano, in quel tremolio tanto vivo quanto rappresentativo dell’effimera fuga dalla staticità, che inquadra, tra gli altri, le strade della città e cadaveri a terra, avvicinandosi e ritraendosi, in una ripresa continua. Il fatto che la musica sia udibile solo in questi casi è un ossimoro apparentemente “folle”.
Folli e imprevedibili
Questa prima parte dell’opera è costellata di momenti in cui i protagonisti rifuggono l’invariabilità del loro ruolo all’interno e all’esterno del forte, nel paese: Becker si mette a tradurre il greco classico e riesce nell’impresa, ma non cambia comunque idea sugli Antichi, che reputa folli e imprevedibili, in una parola “cattivi”; Stroszek e Meinhard tinteggiano le porte assieme e patiscono le forze congiunte di caldo e noia; vengono alla luce i funambolismi di Stroszek; incontra un pianista che gli dice che anche Chopin è “maligno” perché “imprevedibile”.
Poi Stroszek, stanco della monotonia di quella vita, chiede al Maggiore di andare in pattuglia. Gli viene concesso e parte con Meinhard per le montagne.
(continua…)

Lascia un commento