È stata la mano di Dio – Un perfetto incontro tra sacro e profano

di Arianna Enei, 1^ I

“È stata la mano di Dio” è un film in parte autobiografico del celebre regista Paolo Sorrentino uscito nel 2021. Oltre a essere stato candidato all’Oscar nel 2022, la pellicola ha vinto il Leone d’Argento, il David di Donatello e il David Giovani. Il titolo è una celebre citazione del calciatore Diego Armando Maradona, da lui usata per descrivere il gol segnato di mano contro l’Inghilterra ai mondiali del 1986.

Trama

Con “È stata la mano di Dio”, Sorrentino racconta la sua adolescenza attraverso Fabietto (Filippo Scotti), un giovane spensierato, ancora non contaminato dalle preoccupazioni dell’età adulta. È il 1984 e Fabietto Schisa vive circondato dalla famiglia a lui molto cara, in cui spiccano zia Patrizia (Luisa Ranieri), i genitori Saverio (Toni Servillo) e Maria (Teresa Saponangelo), il fratello Marchino (Marlon Joubert, presente anche nel film di Sorrentino Parthenope) e la sorella Daniela (Rossella di Lucca). La leggerezza, il pathos, l’orgoglio, la determinazione dei personaggi, evocano un mondo filtrato dagli occhi di un giovane ambizioso, genuino, con le migliori prospettive davanti.

L’adolescenza di Fabietto è turbata da alcuni avvenimenti: all’inizio i contrasti tra zia Patrizia, sorella di Maria, e suo marito, un uomo violento che pensa che la moglie si prostituisca. La donna subisce gravi violenze di ogni tipo dal marito, e ciò colpisce Fabietto, che nutre e nutrirà per sempre una segreta ammirazione per questa donna, bella e spregiudicata, noncurante dell’opinione altrui, specialmente di quella dei suoi familiari.

Il secondo evento che smuove la vita del giovane è l’ingresso del celebre Diego Armando Maradona nel Napoli, desiderio innato del protagonista, che è tifoso della squadra., e ciò risveglia nei personaggi un orgoglio perduto, che torna a galla. Dal modo in cui mostra agli spettatori l’evento traspare tutto l’amore che Sorrentino nutre verso Napoli.

Poco dopo questo trionfo, Fabietto vede però crollare davanti ai suoi occhi una delle sue più salde certezze: la relazione tra i suoi genitori. Infatti il rapporto tra i coniugi non era sempre ottimo, ma perlomeno erano sempre rimasti uniti, e così sarà sempre.
Maria reagisce al tradimento del marito con una collega perdendo il controllo, urla, si dimena. Le urla e la rappresentazione del dolore di Maria lasciano un vuoto, escono dallo schermo, ci costringono a sforzarci per ricordare che quel dolore non lo si sta vivendo veramente, che Maria non è fisicamente davanti a noi.
A questo preciso evento, segue il cambiamento che caratterizza la seconda parte del film, a cui Sorrentino conferisce un clima più cupo.

Regia – una Napoli divina

Attraverso gli occhi di Fabietto, Sorrentino ci mostra una Napoli regale, altezzosa, un microcosmo di bellezza. La costa Sorrentina e Amalfitana, Piazza Plebiscito, Galleria Umberto I e il cimitero di Poggioreale assumono sembianze quasi surreali.

Ciò che mostra Sorrentino con “È stata la mano di Dio”, smentisce la tipica immagine stereotipata della città di Napoli. Ladri ovunque, sporco, traffico, svogliatezza dei cittadini, cultura del “tira-a-campare”, camorra. Sorrentino racconta una Napoli incantevole e dei napoletani che vivono con serenità, inseguendo i propri sogni e non preoccupandosi degli aspetti più concreti dell’esistenza; e lo fa attraverso la rappresentazione di personaggi autentici e singolari inseriti in un’atmosfera meravigliosa.

Una parte importante della regia di Paolo Sorrentino è la maestria nella rappresentazione del dolore con cui alcuni dei personaggi si scontrano nel corso della narrazione, dolore che viene reso in modo straordinario dalla recitazione degli attori. Quando Maria reagisce al tradimento del marito, le sue urla, i suoi movimenti, comunicano una sofferenza estrema, devastante. Lo stesso accade per Fabietto, che, quando verrà a contatto con ciò che sconvolgerà il resto della sua vita, si lascia andare anche lui a urla, calci e movimenti incontrollati, valorizzati dalle inquadrature e Marchino che tenta di abbracciarlo e trattenerlo, come per proteggerlo.

Incontro tra sacro e profano

Il film è caratterizzato da un perfetto incontro tra sacro e profano che contribuisce a catapultarci nel microcosmo di cui parlavo prima e farcene sentire parte .
Il primo elemento che viene elevato, proprio come una donna angelo, è il calciatore Maradona per i napoletani, che assumono il ruolo di amanti stilnovisti con l’unico scopo di lodare la propria donna.
La famiglia di Fabietto, specialmente i tifosi del Napoli, viene rinvigorita, riempita di orgoglio, alla notizia che il grande Maradona arriva al Napoli. Fino a quel momento, la venuta del calciatore era rimasta un sogno, un’eventualità su cui la famiglia, in particolare i giovani Marchino e Fabietto, si divertiva a scommettere e scherzare.

Il secondo elemento che viene divinizzato, è una partita a cui Fabietto assisterà, e grazie alla quale farà la conoscenza di Antonio, che diventerà il suo amico più caro. La partita sarà il motivo per cui Fabietto deciderà di non seguire i genitori per passare il weekend a Roccaraso, che funge da spartiacque tra la prima e la seconda parte del film. È naturale perciò che l’evento assuma un ruolo centrale, salvifico.

C’è solo un elemento di per sé già colmo di significato sacro, particolarmente caro ai Napoletani, ovvero San Gennaro. Nel film San Gennaro è collegato alla figura del monaciello, celebre spiritello del folclore napoletano, descritto come un ometto basso vestito con saio e cappuccio, e insieme fanno delle importanti apparizioni all’inizio e alla fine del film, con un effetto di ringkomposition che aumenta la dimensione sacrale che caratterizza il film, e in generale quelli di Sorrentino, spesso caratterizzati dall’incontro tra sacro e profano.

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