Il no più “reale” della letteratura

Traduzione di Martina Falsetti

Jane Austen non nutriva per Londra lo stesso affetto che riservava alla “sua” campagna dell’Hampshire. Immensa, rumorosa e sporca, la capitale l’affascinava e la respingeva al tempo stesso. Quando si trovava in città, doveva partecipare a visite, eventi sociali, cene e spettacoli teatrali che l’affaticavano e la facevano sentire stanca di “essere sempre in compagnia”. In una lettera scritta alla sorella Cassandra nell’agosto del 1814, Austen osservò: “Di tanto in tanto mi concedo una pausa per ristorarmi, e poi torno alla mia solitaria quiete.” (“I go & refresh myself every now & then, and then come back to Solitary Coolness.”)

A fine novembre del 1815, Jane Austen dovette trattenersi in città più del previsto per prendersi cura del fratello Henry, colpito da un malanno improvviso. Se Austen trascorreva le sue giornate tra cure e medicinali, il Principe Reggente le passava tra i suoi romanzi, di cui conservava una collezione in ogni residenza. Sua Altezza Reale, venuto a conoscenza della permanenza della sua scrittrice preferita nella capitale, colse l’occasione per invitarla a Carlton House, dove fu ricevuta da James Stanier Clarke, bibliotecario reale.

Clarke invitò Jane Austen a visitare la sontuosa biblioteca del Principe e, durante l’incontro, le parlò dell’ammirazione del Reggente per i suoi romanzi. L’esperienza a Carlton House accentuò probabilmente il disagio della scrittrice verso l’ambiente di corte e il mondo del Principe Reggente, che personalmente stimava poco. In famiglia era ben nota la sua antipatia per il futuro sovrano, considerato frivolo, moralmente discutibile e spendaccione; tuttavia, in quell’occasione, Austen non poté fare a meno di ammirarne la biblioteca e il gusto artistico.

In una lettera scritta poco dopo quell’incontro, James Stanier Clarke lasciò intendere a Jane Austen che poteva ritenersi libera di dedicare a Sua Altezza Reale uno dei suoi prossimi romanzi. Seppur controvoglia, seguendo più un obbligo politico-sociale che un gesto spontaneo, la scrittrice assecondò la richiesta reale, dedicando Emma al Principe con le seguenti parole:

“A Sua Altezza Reale, il Principe Reggente. Questo lavoro è, con il permesso di Sua Altezza Reale, il più rispettosamente possibile dedicato da una coscienziosa, obbediente e umile serva di Sua Altezza Reale, l’Autrice.”

La corrispondenza tra Jane Austen e James Stanier Clarke proseguì fino al 1 aprile 1816, data della lettera qui di seguito riportata in traduzione. Con la consueta ironia, Austen rispose al suggerimento del bibliotecario di scrivere un romanzo storico sulla casa reale di Sassonia-Coburgo, alla quale il Principe reggente si sarebbe a breve imparentato. La scrittrice declinò con garbo, scrivendo che, sebbene un’opera del genere potesse risultare più redditizia o popolare delle sue immagini di vita domestica nei villaggi di campagna, le sue limitate capacità letterarie non le permettevano di far fronte all’impegno prospettato da Clarke.

Jane Austen rifiutò dunque la proposta di Clarke, scegliendo di continuare a scrivere secondo le proprie inclinazioni e di non aderire a uno spunto a lei poco congeniale. Con la consueta ironia, diffusa nei suoi romanzi più noti, sottolineò la propria “limitatezza” letteraria, trovando così un modo elegante per non cedere alle pressioni di un potente mecenate. Una scelta autonoma e non comune per il periodo storico, che testimonia la sua indipendenza intellettuale.

DESCRIZIONE: Lettera n. – 138 (D)

Si tratta di una lettera autografata da Jane Austen, spedita da Chawton e indirizzata al Reverendo James Stanier Clarke. La lettera consiste in un foglio di carta scritto su ambo i lati.

Mio caro signore,

sono onorata dai ringraziamenti del Principe e molto obbligata verso di voi per la gentilezza con la quale avete menzionato il mio lavoro. Devo ancora ringraziare per la precedente lettera inviatami da Hans Place. Vi assicuro che mi sono sentita molto grata per il suo tono amichevole e spero che il mio silenzio sia stato considerato come voleva essere inteso: evitare, solo per mia riluttanza, di farvi perdere tempo con ringraziamenti inutili.

Per ogni rilevante traguardo a cui il vostro talento e le vostre fatiche letterarie, o il benigno favore concessovi dal reggente vi hanno condotto, vi faccio i miei migliori auguri. Spero che i vostri recenti incarichi siano un passo verso qualcosa di meglio. Secondo la mia opinione, il servizio a corte dovrebbe essere una carriera distinta e mai troppo premiata, perché il sacrificio di tempo e l’abnegazione richiesta da questo compito devono essere infiniti.

Siete molto, molto gentile nel suggerirmi il tipo di composizione che, al momento, potrebbe mettermi in buona luce agli occhi del Principe, e sono pienamente consapevole che un romanzo storico dedicato alla Casa di Sassonia-Coburgo sarebbe assai più vantaggioso, per profitto e popolarità, di quei quadri di vita domestica nei villaggi di campagna con i quali mi destreggio. Ma non mi metterei alla prova con un romanzo storico più di quanto lo farei con un poema epico. Non sarei sul serio in grado di cominciare a scrivere un’opera di questo tipo a meno che non ne andasse della mia vita; e se mi fosse indispensabile continuare a scriverlo senza mai il sollievo di ridere di me stessa o di altri, sono certa che finirei impiccata prima di aver concluso il capitolo iniziale.

No – devo rimanere fedele al mio stile e continuare a modo mio; e anche se non dovessi più avere successo nel mio genere, sono convinta che fallirei in qualunque altro tentativo.

Rimango, mio caro signore,

la vostra molto grata e sincera amica,

J. Austen, 1 Aprile 1816, Chawton.

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