Autore: MINGOMagazine

  • Lo sbadiglio: è solo stanchezza?

    Lo sbadiglio: è solo stanchezza?

    di Elettra Pettinari


    ‘L’atto di sbadigliare potrebbe avere l’ambiguo prestigio di essere la comune abitudine umana meno compresa’ scrive Robert R. Provine, nel suo trattato del 1986 ‘Yawning as a Stereotyped Action Pattern and Releasing Stimulus’

    Il gesto di sbadigliare accomuna umani e animali, ma che funzione ha? Per rispondere occorre innanzitutto distinguere tra lo sbadiglio spontaneo e quello frutto di contagio, che si manifesta in risposta allo sbadigliare di un altro individuo. Il primo è stato osservato in specie appartenenti a tutti i gruppi di vertebrati. Il secondo è generalmente associato a specie sociali, ed è stato osservato per la prima volta nel babbuino gelada (Theropithecus gelada) in uno studio in Etiopia del 2021. Lo sbadiglio, come lo conosciamo, è caratterizzato da un’apertura della mandibola ampia e prolungata che può essere associata a una rotazione del capo a seconda dell’anatomia dell’animale in questione. Negli esseri umani, inoltre, il “picco” dello sbadiglio è accompagnato da una breve fase di apnea. Non si sa con certezza il motivo di questo riflesso, ma si pensa che sia legato all’emozione di empatia. Quando vediamo qualcuno sbadigliare, il nostro cervello potrebbe ‘specchiare’ quella risposta come segnale di empatia sociale, una sorta di connessione con l’altro.

    Alcuni ricercatori, come Elisabetta Palagi, etologa dell’Università di Pisa, ipotizzano che lo sbadiglio possa essere utilizzato nelle specie sociali come segnale aspecifico, che favorisce la sincronizzazione tra individui. In natura, la coordinazione nei gruppi può determinare la differenza tra vita e morte, in un contesto di caccia o di difesa. In generale l’imitazione, soprattutto in relazione alle espressioni facciali, sembra essere fondamentale nell’interazione e riconoscimento tra soggetti. In effetti la mimica facciale, e la possibilità di ‘specchiare’ il comportamento altrui è alla base delle relazioni sociali. Le specie che vivono in comunità, come gli esseri umani, i primati e alcuni canidi, fanno ampio uso di questa capacità di imitazione per stipulare alleanze e rafforzare il senso di identità di gruppo.

    Tra i primati la mimica espressiva e lo sbadiglio da contagio sembrerebbero prescindere dalla specie, come una forma di adattamento comune tra gli animali più evoluti, quindi un vantaggio evolutivo. A supportare questa tesi sarebbe l’ipotesi secondo la quale l’atto di spalancare le mandibole e inspirare dalla cavità orale consentirebbe, tra le altre cose, di raffreddare il cervello. In questo senso si ritiene inoltre che l’ampiezza dello sbadiglio sia correlata alla dimensione relativa del cervello: a cervelli più ingombranti corrisponderebbe dunque maggiore distanziamento di mandibola e mascella. Un’altra teoria sostiene, invece, che lo sbadiglio rappresenti un modo per ossigenare il cervello ed evitare condizioni di ipossia, oppure per riequilibrare la pressione interna del cranio, come impulso omeostatico. Un esempio di cui tutti abbiamo esperienza è il riflesso dello sbadiglio corrispondente a una variazione della quota in aereo: il movimento, infatti, aiuta a liberare le tube di Eustachio, che collegano l’orecchio medio alla parte posteriore della gola, permettendo alla pressione interna di equipararsi a quella esterna.

    In alcune situazioni, lo sbadiglio può essere interpretato come una preparazione fisica a un cambiamento di attività, una sorta di scioglimento del corpo per stimolare i muscoli. L’azione è spesso associata a un movimento di distensione, di cui spesso facciamo esperienza appena svegli o dopo un prolungato periodo di inattività. Questo spiegherebbe il motivo della manifestazione del riflesso quando siamo stanchi o annoiati: in condizioni di mancata stimolazione del lobo frontale, che regola l’attività cognitiva e il livello di attenzione, lo sbadiglio fungerebbe da stimolo per l’attività cerebrale.

    Steven Platek, professore di psicologia evolutivo-comparativa presso il Georgia Gwinnett College, assieme ad un gruppo di ricerca, ha formulato un’ipotesi secondo la quale lo sbadiglio da contagio sarebbe parte di uno schema di comportamento vestigiale che potrebbe offrire uno spunto di riflessione per comprendere il substrato neurobiologico che ha dato luogo a processi sociali più complessi come l’empatia. In effetti, osservando il comportamento di una serie di soggetti, lo studioso ha scoperto che individui più socialmente consapevoli sembrerebbero essere più propensi a rispondere allo sbadiglio di un altro esemplare. A supporto di questa teoria è stato inoltre osservato che le persone con danni al lobo frontale del cervello possono avere una minore risposta agli sbadigli ‘contagiosi’, suggerendo che l’empatia sia in qualche modo collegata a questo riflesso.

    Lo sbadiglio, un gesto apparentemente banale, continua a sfuggire alla piena comprensione degli scienziati. Da misterioso atto fisiologico a segnale di connessione sociale, la sua funzione va ben oltre la semplice espressione di stanchezza. Che si tratti di un meccanismo evolutivo per coordinare il gruppo, di un riflesso omeostatico, o di una risposta emotiva, lo sbadiglio resta un curioso fenomeno che unisce gli esseri umani e gli animali in modi che ancora sfidano le spiegazioni razionali.