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  • Recensione di Old boy

    Recensione di Old boy

    di Filippo Unguendoli

    Devastante e travolgente pellicola cinematografica, Old boy è un’esperienza sensazionale che strazia lo spettatore e lo sconvolge nei modi più assurdi. Diretto dal regista Park Chan-wook e seconda parte della cosiddetta “trilogia della vendetta”, il film è un pilastro all’interno del cinema sudcoreano e uno tra i più apprezzati anche nel panorama occidentale, premiato, anche, con la Palma D’ Oro a Cannes. La trama è basata sull’omonimo manga di Minegishi e Tsuchiya ed è focalizzata sulle peripezie di un uomo in cerca di vendetta. Questo tema, già affrontato in molti altri film (uno fra tutti Kill Bill), trova in OldBoy una realizzazione magistrale al punto che Quentin Tarantino stesso lo ha definito “il film che avrei voluto girare io”. 

    La storia narra di un uomo, Oh Dae-su, sposato e con una figlia piccola ma dedito all’alcool e abile ad infastidire le persone, che apparentemente senza motivo un giorno viene catturato e tenuto prigioniero in una singola stanza per 15 anni, per poi essere improvvisamente e ugualmente senza spiegazione rilasciato. Il protagonista, a questo punto, avrà come unico obiettivo scovare i suoi rapitori e scoprire il motivo di tale interminabile agonia. È qui che la follia apre le danze e prende il sopravvento sulla narrazione: dopo anni rinchiuso nella camera con la sola compagnia di sé stesso, la mente del protagonista si è deviata e ora oscilla tra disperati crolli psichici e un cinico realismo. È questa la lente attraverso cui viene letta la storia che, accompagnata anche dalla voce narrante, fa immergere lo spettatore nella disturbata mentalità di Dae-su e nel suo inconsolabile abbandono. 

    Gioca un ruolo straziante anche la comicità del nome “Dae-su” che, come lui stesso spiega, vuol dire “colui che va d’accordo con le persone” e rimarca l’ormai incolmabile divario tra il “mostro” che contro la sua volontà è diventato e la società, le persone circostanti con cui vorrebbe riunirsi ma da cui sarà per sempre separato. La distanza dalla realtà che il protagonista prova è sottolineata dai suoi caratteristici occhiali scuri, che indossa non appena si ritrova nel mondo esterno, come se ormai tutto fosse per lui una visione, buia e lontana, quasi illusoria, finta.

    L’occhio attento del regista sceglie numerosi altri dettagli per enfatizzare le scene e tingerle di una maggiore profondità, presentando così un lavoro straordinario dal punto di vista scenografico e di fotografia. L’ambientazione è cupa, la luce di conseguenza, l’anima dei protagonisti è in continuo tormento e tormento è quello che crudelmente si infliggono l’un l’altro. Viene mostrata una cruda e disturbante violenza e un’altrettanto disturbante freddezza nell’agire, da parte dell’antagonista ma spesso anche del protagonista stesso. Un continuo susseguirsi di eventi porterà alla grande climax finale, una svolta di trama spettacolare e travolgente che riversa sotto gli occhi dello spettatore l’apoteosi della disperazione umana, la follia della mente di Dae-su che straborda in drammatici gesti conclusivi. 

    Al potente impatto visivo ed emotivo della scena si contrappongono il silenzio e l’apparente quiete del finale, che nascondono però lo stesso dolore e la stessa incolmabile sofferenza. La conclusione mostra immagini normali che, se prima si potevano leggere in maniera anche positiva, adesso non si potranno mai più vedere allo stesso modo, ma saranno per sempre tinte dal rosso sangue del peccato. L’accettazione e la disperazione si fondono sul volto di Dae-su nel suo ultimo sorridente pianto. 

    La risata, il sorriso spesso coprono i volti dei personaggi come se fossero maschere che decidono di indossare per oscurare la loro parte peggiore, per tornare a fingere di essere persone normali ma più che altro ancora una persone. Così, in una mentalità da Joker, l’espressione solitamente felice è solo un segno di dolore e dunque quanto più pesantemente si soffre, tanto più forte si ride, quanto più grande è la crepa nell’animo tanto più largo è il sorriso. In tal modo il protagonista nei suoi attimi più tenebrosi crolla in una sonora e distorta risata e l’antagonista, che è perennemente spezzato e segnato nella sua intera essenza si presenta sempre con espressione gioviale, quasi scherzosa. Per concludere, il film OldBoy è unico e stupefacente, spiazzante e angosciante, fa tenere il fiato sospeso e blocca lo stomaco, confonde realtà, pazzia, violenza, giustizia, vendetta. E il tutto si rispecchia nella lacerante frase:

    Ridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo