Categoria: PER SÉ

  • Geo-ingegneria: un’arma per il futuro

    Geo-ingegneria: un’arma per il futuro

    di Beatrice Sciacca

    Fenomeni estremi come l’alluvione di Valencia dello scorso ottobre o estati sempre più calde in tutto il pianeta dimostrano quanto sia importante occuparsi seriamente della questione del cambiamento climatico. L’urgenza del problema ha dato origine, negli ultimi anni, ad una disciplina che unisce le nuove tecnologie ingegneristiche allo studio scientifico del riscaldamento globale: la geoingegneria.

    La curiosità mediatica verso questa nuova branca dell’ingegneria è in continua crescita, tuttavia i rischi che essa comporta stanno sollevando anche molte critiche,  divenendo oggetto di discussioni etiche e filosofiche sempre più  numerose. 

    Cerchiamo quindi di chiarire meglio alcuni aspetti: innanzitutto, che cosa si intende per geoingegneria?

    La Treccani la definisce come una “applicazione dell’ingegneria allo studio e alla soluzione dei problemi terrestri, capace di approntare tecniche e procedimenti atti a risolvere specialmente i problemi legati al clima e all’ambiente.” Per geoingegneria si intende quindi quell’insieme di  interventi tecnologici che hanno l’obiettivo di modificare il clima su scala globale e che lavorano sulle cause o sugli effetti del cambiamento climatico. 

    Il primo grande filone comprende gli interventi CDR (carbon dioxide removal), che mirano ad intervenire sugli effetti delle attività umane e hanno appunto l’obiettivo di ridurre la CO2 presente nell’atmosfera. Un esempio di questa tipologia di interventi è quello degli impianti di cattura della CO2 che viene sottratta all’atmosfera e poi liquefatta e riutilizzata per carburanti o altri prodotti.

    O ancora quello della fertilizzazione delle alghe e dei plankton che, assorbendo la CO2 per i loro bisogni, contemporaneamente la sottraggono all’atmosfera; inoltre, una volta morti, la loro biomassa si accumula nei fondali marini diventando un vero e proprio magazzino di CO2. Tra le tecniche di CDR si prevedono però anche interventi molto più immediati: la “semplice” riforestazione o una buona gestione delle risorse del carbonio blu già basterebbero a risolvere gran parte del problema.

    Oltre alle tecniche CDR si considerano anche i sistemi SRM (Solar Radiation Modification), i più controversi. Essi prevedono di agire direttamente sulla fonte primaria del riscaldamento terrestre, riflettendo le radiazioni solari per permettere il raffreddamento della Terra; si potrebbe ad esempio agire a livello della superficie terrestre, aumentandone la capacità riflettente dipingendo di bianco tutti i tetti delle case. Questa proposta è tuttavia poco attuabile perchè, oltre agli immensi costi necessari, si andrebbe ad intaccare il fragile equilibrio del ciclo del carbonio e dell’acqua; per di più, questi interventi risulterebbero disomogenei e cambierebbero radicalmente il clima.

    Tra le varie proposte c’è anche quella di agire a livello atmosferico mediante l’uso di aerosol o con la nebulizzazione delle nubi marine. Nel primo caso verrebbero rilasciati nella stratosfera (circa 10 – 50 km dal suolo), tramite aeroplani, gas riflettenti come lo zolfo per respingere la luce solare. Questo tipo di intervento vuole riprodurre l’effetto delle eruzioni vulcaniche, come quella del vulcano Pinatubo del 1991, che rilasciò nell’aria di tutto il mondo tonnellate di diossido di zolfo e causò un abbassamento delle temperature terrestri di circa mezzo grado per i 2 anni successivi.  Nel secondo caso, si userebbero navi per rilasciare nella troposfera (0 – 10 km dal suolo) acqua marina nebulizzata, quindi particelle di sale, che fungerebbero da nuclei di condensazione per aumentare la densità delle nubi e, quindi, il loro potere riflettente.

    L’ultima opzione sarebbe quella di intervenire a livello spaziale e posizionare degli specchi o dei satelliti riflettenti orbitanti attorno alla Terra o nel cosiddetto punto lagrangiano L1. Esso consiste in un punto di osservazione in cui, grazie all’equilibrio perfetto delle forze di attrazione del Sole e della Terra, si verifica l’annullamento delle forze stesse: l’oggetto riflettente resterebbe quindi perfettamente immobile.

    Queste tecniche sono tuttora oggetto di studio e rimangono ancora prettamente accademiche, in quanto non si possono prevedere i loro effetti sul lungo periodo. L’Onu stesso ha infatti dichiarato, in un recente rapporto, che queste innovazioni potrebbero alterare la meteorologia terrestre, causando siccità o inondazioni in maniera disomogenea; per di più, queste soluzioni potrebbero distogliere l’attenzione dagli sforzi di mitigazione e di adattamento del clima, ossia dalla radice stessa del problema del cambiamento climatico. 

    Il rischio della geoingegneria non è affatto da sottovalutare: perfino l’AGU (American Geophysical Union) ha recentemente pubblicato l’ Ethical Framework Principles for Climate Intervention Research, un rapporto in cui vengono consigliate 5 linee guida per regolamentarne eticamente l’utilizzo. La ricerca su questa nuova disciplina deve infatti essere in primo luogo responsabile e non deve quindi sostituire gli sforzi da fare per agire sulla causa del cambiamento climatico; in secondo luogo fondata sulla giustizia, trasparente ed autonoma, priva dunque di secondi fini o interessi finanziari; per finire inclusiva verso quelle comunità che potrebbero risentire degli effetti e regolata da apposite commissioni altamente specializzate. 

    Daniele Visioni, esperto del campo e uno degli autori di tale rapporto, sottolinea infatti che : “Le possibili ripercussioni sono soprattutto sociali. In quale modo una deliberata modifica del clima che può essere fatta da una nazione cambierà le relazioni di potere internazionali? Può una nazione fermarne un’altra? Dato il corrente disordine internazionale, cosa possiamo aspettarci? E cosa faremo quando i rischi dei cambiamenti climatici porteranno la popolazione, o una parte della popolazione, a chiedere di fare geoingegneria?”. 

    La questione della geoingegneria è quindi attualmente largamente dibattuta e al centro di critiche, spesso anche filosofiche ed etiche, importanti. Ovviamente anche l’opinione pubblica si è già divisa: da alcuni essa viene vista come un’ opportunità da usare coscienziosamente, altri sono già preoccupati e pregiudizevolmente ostili. Infatti dalle ricerche del dottor Ramit Debnath, docente presso l’Università di Cambridge, che ha analizzato quasi 2 milioni di tweet con l’hashtag #GeoEngineering, è emerso che quasi il 70% degli utenti esprime opinioni negative. 

    I social certamente non favoriscono lo sviluppo di questa nuova disciplina ed anzi fomentano  certe teorie complottistiche cominciate sin dagli anni ‘90 ed ancora largamente in voga. Alcune di queste arrivano addirittura ad affermare che vari governi già da tempo usano la geoingegneria per manipolare il clima segretamente e che il riscaldamento globale sia solo il risultato di ciò: le scie di condensazione degli aerei, per esempio, vengono spesso chiamate “scie chimiche”, per la convinzione che tramite queste vengano rilasciate nell’aria sostanze chimiche con vari scopi. 

    Sebbene queste teorie complottistiche siano state più volte smentite e non abbiano alcun fondamento scientifico, esse continuano comunque a diffondersi sempre di più. Anche in occasione della recente alluvione a Valencia, moltissimi utenti sui social ne hanno attribuito la responsabilità al fenomeno del cloud seeding (con il quale vengono aumentate artificialmente le precipitazioni) utilizzato dal Marocco: tale accusa è gia stata dichiarata falsa, ma continua comunque a prendere piede. 

    In conclusione, la geoingegneria può essere una valida soluzione al problema del cambiamento climatico? Proprio per i rischi che essa comporta, per ora rimane una disciplina prettamente teorica: gli scienziati, consci dei pericoli ai quali nel lungo periodo essa può portare, continuano a lavorare a soluzioni alternative e meno drastiche. Rimane tuttavia un’opportunità da valutare in caso di emergenza: non si esclude quindi che, se l’impegno per riuscire a correggere i nostri errori all’origine del riscaldamento climatico non venisse preso abbastanza sul serio e non dovesse bastare, queste nuove tecnologie non possano venire utilizzate su larga scala nel futuro.