CERTAME PAREYSONIANO Articolo di Chiara Chesani

Edizione 2025/2026

Articolo di Chiara Chesani, I B

Uno dei periodi che vengono ricordati come i più pacifici della storia dell’Impero Romano è quello del
principato di Augusto: subito successivo all’epoca delle guerre civili, è di certo una delle epoche in cui Roma
è meno segnata da violenze, conflitti e crudeltà belliche. In questo periodo fioriscono l’arte e la letteratura,
spesso promosse dallo stesso principe: abbondano i monumenti, tra i quali, ad esempio, l’Ara Pacis
Augustae, un altare celebrativo che esalta il ruolo di Augusto come difensore della pace, tanto agognata dai
Romani dopo l’ultimo periodo della Repubblica. Insomma, l’immagine di sé che l’imperatore vuole restituire
attraverso la propaganda è quella di un restauratore della pace, che si impegna anche nel ripristinare i valori
del mos maiorum. Ciò convenientemente dunque oscura l’altro lato della medaglia, quello di un sovrano
tirannico, che censura gli artisti a lui non graditi. Il principato augusteo è dunque un periodo che si può
ritenere pacifico, se prendiamo come definizione di pace quella di “condizione di normalità di rapporti, di
assenza di guerre e conflitti”, fornita dal vocabolario Treccani.

Tuttavia, io non ritengo che sia soltanto questo la pace. Innanzitutto, ritengo che sia significativa l’etimologia
stessa della parola. “Pace” ha infatti la stessa radice di “pactum”, cioè “patto”. Il termine dunque evoca una
condizione di concordia ed armonia, che deriva dall’accordo, e pertanto si può considerare pace una
condizione in cui esista tale accordo. Non si può, dunque, propriamente definire pace una semplice assenza
di conflitto, in quanto non comprende la misura dell’accordo.

Una definizione più accurata del termine potrebbe essere dunque quella di “assenza di violenza”. Tale
violenza però non si deve intendere soltanto come la forza bruta della guerra: bisogna infatti considerare sia
la violenza fisica che viene esercitata sul corpo, sia quella spirituale che agisce invece sull’animo.

L’assenza di violenza richiede inoltre, come afferma Gandhi, una straordinaria forza d’animo, in grado di
attuare la pratica della non-violenza, una forza resiliente in grado di non piegarsi all’oppressione: tale forza è
ancora più potente di quella violenta, in quanto presume una ancora più profonda nobiltà d’animo di quella
di colui che pratica la violenza. Ma più determinata è la resistenza alla violenza, maggiormente si esprime
l’umanità di colui che la pratica. La forza violenta infatti, secondo quanto argomenta anche Simone Weil, è
ciò che strappa un individuo della sua umanità. La forza violenta è in grado di trasformare un uomo da
persona a cadavere: l’umano è presente, è vivo e dotato di spirito, e poi semplicemente, per mezzo della
forza bruta, non lo è più. In tale modo dunque la forza, sia quella fisica che quella esercitata sull’animo
limitandone la libertà, privano l’uomo della sua umanità. Da un lato, lo trasformano in cosa inanimata;
dall’altro però lo privano del libero arbitrio, sua caratteristica fondamentale.

Non bisogna tuttavia intendere ciò come una legittimazione di ogni azione: infatti, come non è possibile che
l’individuo subisca violenza, in una vita pacifica, non lo è neanche che la compia: ciò tuttavia non va in
contraddizione con quello che è stato detto. Infatti, se la non-violenza definita da Gandhi è la massima
espressione di una forza positiva dell’animo umano perché comporta una resilienza data dall’amore
incondizionato per il prossimo, e la violenza invece è propria soltanto dei deboli, allora se è possibile
liberarsi della debolezza dell’animo, è possibile anche liberarsi dalla violenza: tuttavia liberarsi dalla
debolezza può anche essere intendeso come raggiungere la massima forza che l’animo è in grado di
raggiungere, quindi il suo massimo vigore e la sua più pura espressione. Raggiungere la sua massima
espressione è dunque possibile se la violenza non è subita né commessa, e dunque in una situazione di pace:
quest’ultima si caratterizza quindi come la situazione in cui l’uomo è in grado di esprimere maggiormente la
sua persona.

La pace si mostra quindi essere come la situazione in cui l’uomo può raggiungere la sua piena realizzazione,
non commettendo alcuna forma di violenza né sopraffazione sugli altri; ciò potrebbe sembrare una situazione
quasi utopica, soprattutto considerando le guerre e le atrocità a cui assistiamo ogni giorno. È dunque
necessario chiarire un concetto: la pace può esistere soltanto, così come è stata definita prima, come il frutto
di un instancabile impegno collettivo. Se infatti il rifiuto totale di ogni violenza è una caratteristica della più
pura forza d’animo, allora è necessario, per conseguirlo, superare ogni debolezza; dunque, è necessario un
impegno quotidiano da parte di ognuno nello scegliere continuamente la pace, abbracciando la forza
dell’Amore.

In conclusione, dunque, la pace si dimostra essere la condizione che rende possibile la massima realizzazione
dell’uomo, concedendogli la libertà spirituale e fisica. Allo stesso tempo però, è il frutto di un impegno
collettivo che consiste nello scegliere continuamente la non-violenza.

La libertà e la collettività sono dunque due elementi fondamentali per la realizzazione della pace: si mostra in
tal modo come la già citata pax augustea non si possa ritenere una vera pace, essendo imposta violentemente
da uno e limitando la libertà dell’individuo, essa si potrebbe chiamare soltanto, secondo moderni criteri,
oppressione.