CERTAME PAREYSONIANO Articolo di Nora Maini

Edizione 2025/2026

Articolo di Nora Maini, I B

L’unica pace possibile per l’umanità, frutto del conflitto contro i conflitti

Considerando la parola pace di derivazione latina, proveniente dal sostantivo “pax, pacis” , etimologicamente legato alla radice pak-/pag-, la stessa di “pactum”, la si può definire come assenza di ostilità e conflitti, spesso generata da un patto fra le due parti.

La definizione “assenza di ostilità e conflitti” è però un concetto ambiguo, in quanto capace di implicare o la non esistenza di questi, oppure la loro interruzione, e dunque la loro presenza nel passato. La prima implicazione corrisponde alla possibilità di una pace generata dalla pace, presso la quale, data la non esistenza di conflitti, non potrebbe che presenziare solamente la pace stessa. Eppure, questo concetto è per l’umanità puramente utopico, infatti essa ha già portato avanti lotte e conflitti in passato. La non esistenza di ostilità era già da tempo irrealizzabile quando l’uomo ha cominciato a riflettere sull’idea di pace: la parola è infatti etimologicamente legata ai concetti di patto e patteggiamento proprio perché prevede di avere come condizione d’origine una guerra.

Si ricava dunque che l’unica situazione di pace realmente possibile prevede l’esistenza di lotte precedenti ad essa: dunque di una pace generata in un contesto di conflitto.

Date le circostanze, si potrebbe ritenere la pace come frutto della vittoria di una delle due fazioni: in questo caso si aprirebbero due possibilità. La prima prevede la sconfitta di un partecipante alla lotta e la sua sopravvivenza, dunque l’interruzione di un conflitto, per maggiore potenza di una parte sull’altra, ma non delle ostilità, creando una pace esteriore e assolutamente instabile, non considerabile come pace vera e propria. La seconda ipotizza invece la non-sopravvivenza dello sconfitto, sterminato dal vincitore: se in questo modo le ostilità verrebbero certamente interrotte, avendo annientato l’opposizione, comunque si tratterebbe di un’imposizione e non di un patto (concetto compreso nella definizione di pace); oltre a questo, si creerebbe una situazione precaria proprio perché la fazione vincitrice, non essendo contraria al conflitto, ha vinto con esso e non contro di esso, dunque la possibilità che se ne generi uno nuovo permane.

 In un contesto di guerra, poi, non si potrebbe certamente affrontare lo stesso conflitto con la pace. Sarebbe affermare una contraddizione: la pace è, per definizione, assenza di ostilità e, dunque, non può opporsi né prendere parte al conflitto.

Combattere la guerra con la pace sarebbe come cercare di spegnere un fuoco utilizzando aria quieta e ferma. Eppure, combattere la guerra e la violenza con la guerra stessa, sarebbe come tentare di spegnere questo fuoco con il fuoco, cosa che servirebbe solo ad alimentare l’incendio. L’unico modo per porre fine alle fiamme è dunque una tempesta.

Come un vento attivo, forte, collettivo, una sorta di soffio vitale, psyké del desiderio di pace e opposizione alla guerra, è l’unica capace di confrontarsi con le fiamme e vincerle.

Questa tempesta è una forza che racchiude nella sua natura sia un’ostilità, l’ostilità verso le ostilità stesse (dunque verso la guerra), che le permette di opporsi e prendere parte alla battaglia, sia il desiderio di pace: il suo obiettivo ultimo è infatti la pace stessa.

La tempesta si farebbe generatrice di un conflitto contro i conflitti e, qualora riuscisse a porre fine a questi, si dissolverebbe con questi, in quanto essa stessa loro rappresentante.

La tempesta è metafora per una potenza di doppia natura, necessaria per la transizione fra la guerra e la pace: questa porta avanti una battaglia, in cui però non combatte allo stesso modo dei suoi avversari (come già dimostrato precedentemente è controproducente opporsi al fuoco con il fuoco): gli strumenti di lotta introdotti da questa sarebbero quelli della non-violenza di Ghandi. Proprio gli strumenti e l’obiettivo finale differenziano questo tipo di lotta dagli altri conflitti.

Chi combatte contro le ostilità non conduce la sua battaglia con lo scopo di annientare chi al contrario le supporta, altrimenti non si differenzierebbe da loro. L’obiettivo della pace è raggiungibile solo con un patto perseguibile attraverso un’alleanza contro le ostilità. Chi ripudia le ostilità deve riuscire a portare dalla propria parte gli altri, in questo può riuscire solamente autoinfliggendosi sofferenza e mostrandola, come predicava Ghandi con la sua teoria della non-violenza.

Alla base di questa lotta per la pace si trova dunque un forte attivismo da parte dei suoi rappresentanti, che, motivati dal pathos, non possono che soffrire, pur non infliggendo alcuna sofferenza. Se entrambe le parti si trovano dunque in accordo, la battaglia della tempesta finisce, e questa si dissolve proprio perché, nel momento in cui la guerra cessa di esistere, l’ostilità contro di essa non è che un concetto inutile e senza un senso.

Dunque l’unica pace possibile per l’umanità è una pace frutto del conflitto contro i conflitti, dalla quale non può che generarsi una catena di pace e, dunque, una pace perpetua.