di Arianna Enei
“L’unica arte che mi interessa è quella in grado di cambiare l’ideologia della società. L’arte di chi insegue valori esclusivamente estetici è incompleta” scrive Marina Abramovic nella sua biografia Attraversare i muri. Affermazione emblematica, poiché racchiude perfettamente l’ideale artistico che la performer ha sempre inseguito.
Nata nel 1946 a Belgrado, Marina Abramovic ha dato vita a opere capaci di sfidare i suoi limiti fisici e psichici, opere che hanno messo il pubblico davanti a scene incredibili, a volte crude, con lo scopo di suscitare emozioni forti e spesso anche imbarazzo nei suoi fruitori. Con la sua arte è stata in grado di portare alla più alta espressione la performance art, ovvero l’arte che crea opere che non sono un quadro, o un oggetto artistico, ma opere in cui è lo stesso artista a diventare “opera”. Nella performance art Marina è l’opera stessa e il pubblico si relaziona ad essa (e quindi a lei) nei modi più disparati ed inaspettati. É proprio questo che le interessa: la reazione del pubblico, suscitare un’emozione potente e inaspettata.
Difficile elencare tutte le sue creazioni, ma tra queste non possono essere dimenticate alcune tra le sue più famose come Rhythm 0 (1974), Imponderabilia (1977) e The artist is present (2010).
Nel caso di Rhythm 0, l’artista ha messo il suo corpo a disposizione del pubblico, prendendosi integralmente la responsabilità delle azioni compiute da chi interagiva con lei. L’opera prese vita nella galleria Studio Morra a Napoli nel 1974: dalle 20:00 alle 2:00 Marina Abramovic rimase in balia di un pubblico che si rivelò spietato; all’inizio della performance nessuno la ferì, le persone erano curiose, ma non violente, ma col passare delle ore le persone cominciarono a violare gravemente il suo corpo, ferendola e addirittura bevendo il sangue dalle sue stesse ferite mentre le tagliavano i vestiti. Marina rimase impassibile, mentre le lacrime le riempivano gli occhi.
Marina Abramovic, Con questa opera, e con il suo coraggio, l’Abramovic ha voluto offrire prove tangibili di cosa noi umani siamo capaci di fare nel momento in cui le regole morali sono sospese.
L’artista ha continuato ad allestire performance con lo scopo di osservare come il pubblico si relaziona all’opera. Nel 1977, lei e il suo compagno Ulay si spogliarono integralmente e si misero uno davanti all’altro, ai lati della porta della Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Chi voleva entrare nella Galleria, doveva scegliere velocemente se voltarsi verso il corpo di Marina o verso quello di Ulay, e porsi inevitabilmente in una situazione di imbarazzo. Dal video dell’opera emerge che nella maggior parte dei casi le donne si voltavano verso il corpo nudo di Marina, probabilmente perché, seppur inconsciamente, il corpo femminile appare più familiare, crea meno disagio rispetto a un corpo maschile, forse perché collegato a un’idea di maternità che fa sentire al sicuro. Il coraggio di Marina Abramovic è senza dubbio ammirevole, anche in questo caso.
Marina e Ulay, dopo dodici anni insieme, chiusero la loro relazione con un’ultima opera: The Lovers (1987). La storia di quest’opera è dolceamara: nell’idea iniziale alla fine di The Lovers Marina e Ulay avrebbero dovuto sposarsi. Nel corso del tempo che impiegarono a ottenere dal Governo cinese il consenso per camminare sulla Grande Muraglia, i due ebbero una serie di problemi a cui seguì la rottura della relazione, ma scelsero comunque di portare a termine l’opera. Marina e Ulay camminarono per 90 giorni venendosi incontro da lati opposti della Grande Muraglia e, al momento dell’incontro, si dissero addio. Tutti i loro problemi, litigi, risentimenti, confluirono così in un’opera straordinaria, che sfidò i limiti fisici di Marina e Ulay.
Nel 2010, Ulay raggiunse l’Abramovic al MoMA, a New York. L’artista era seduta su una sedia, davanti aveva un tavolo, e un’altra sedia vuota: chiunque poteva sedersi, Marina sarebbe rimasta ferma a guardare negli occhi gli avventori senza battere ciglio. Quando però Ulay le si sedette di fronte, nel momento in cui lei lo notò, le labbra di lei si curvarono in un sorriso, e gli occhi le si illuminarono. Ulay continuò a guardarla, sorridente e colmo di emozione. Marina uscì per un momento dalla veste dell’artista, dal suo sguardo impassibile, e si commosse. Allungò sul tavolo le mani, che vennero subito strette da Ulay. Gli occhi le si riempirono di lacrime. Anche attraverso un video sbiadito e sgranato, si percepisce la chimica tra i due e l’intensità del momento.
Marina Abramovic ha messo a repentaglio la sua incolumità, ha sfidato i suoi limiti fisici e quelli psichici del pubblico. Oggi è considerata l’artista di performance art più importante del nostro secolo, e non possiamo che definirla una donna che ha vissuto, e vive, in nome dell’arte e di un ideale che persegue attraverso le sue opere.
