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  • Dante di Shakespeare – Intervista a Monaldi e Sorti

    Dante di Shakespeare – Intervista a Monaldi e Sorti

    di Carlotta Bertinelli e Ludovica Maria Accardi

    Nel panorama della letteratura mondiale, due nomi risplendono con un’intensità ineguagliabile: Dante Alighieri e William Shakespeare. Il genio del poeta fiorentino e del drammaturgo inglese ha attraversato i secoli, incantando e affascinando generazioni di lettori e studiosi. Ma cosa succederebbe se i loro percorsi si incrociassero in un’unica storia? È proprio questo il suggestivo scenario che gli autori Rita Monaldi e Francesco Sorti hanno creato nel loro libro “Dante di Shakespeare”. Quest’opera affascinante si inserisce nel filone della narrativa storica, mescolando abilmente eventi reali e finzione letteraria per offrire al lettore una prospettiva unica e coinvolgente.


    Il libro si apre con una premessa affascinante: un misterioso manoscritto rinvenuto nella biblioteca di un antico palazzo italiano, contenente una serie di sonetti che sembrano essere stati scritti da William Shakespeare. Tuttavia, il contenuto di questi sonetti rivela una sorprendente affinità con la Divina Commedia di Dante Alighieri. Da qui, il romanzo prende vita, guidando il lettore in un’avventura intrigante che attraversa i secoli e i confini nazionali.


    La trama si sviluppa seguendo le indagini di un giovane studioso italiano, incaricato di decifrare il mistero dei sonetti e del loro presunto autore. Attraverso una serie di scoperte sorprendenti e incontri inaspettati, si trova a indagare non solo sulla vita e le opere di Dante e Shakespeare, ma anche sulle loro possibili relazioni personali e intellettuali.


    Il fascino del romanzo risiede nella sua capacità di mescolare abilmente realtà e finzione, trasportando il lettore in un viaggio affascinante attraverso la storia e la letteratura. Monaldi e Sorti dimostrano una profonda conoscenza dei loro soggetti, arricchendo il racconto con dettagli accurati e riferimenti culturali che conferiscono autenticità alla narrazione. Questo aspetto è dato dalle loro numerose ricerche in alcuni archivi italiani del ‘500, che nascondevano parti della storia meno tradizionali rispetto a quelle conosciute.


    “Loro mi hanno colpito per la capacità di vedere le cose da un punto di vista inedito”, così spiega un professore, leggendo la lettera che aveva scritto ai due autori per congratularsi del loro lavoro e della loro capacità di ricerca, quasi manzoniana. Dante di Shakespeare offre al lettore una prospettiva affascinante sulla figura di Dante Alighieri e William Shakespeare, due giganti della letteratura che continuano a esercitare un’influenza duratura sulla cultura mondiale. Attraverso le pagine di questo romanzo, ci viene offerta la possibilità di esplorare le loro vite e le loro opere in un modo nuovo e antitradizionale.


    Cosa vi ha portato ad appassionarvi a Dante e a sviluppare un’idea così antitradizionale?
    “Noi abbiamo fatto prima il liceo classico e poi l’Università di lettere, abbiamo amato Dante, preferendo più il Purgatorio e l’Inferno rispetto al Paradiso. Nel 2021 c’è stato il settimo centenario dantesco in cui ci hanno chiesto di scrivere qualcosa su Dante, anche se noi non avevamo mai avuto intenzione di rendere un personaggio storico protagonista del nostro romanzo. Thomas Eliot disse che Dante e Shakespeare si spartiscono il mondo e che sono i due santi della letteratura. Il connubio tra i due è stato davvero semplice, sono perfetti insieme.”

    Questa lingua così particolare come l’avete riprodotta?
    “Le contaminazioni che noi definiremmo “antiche” sono in realtà prelievi ripetuti dell’eternità dell’arte e della letteratura. Vengono riprese e sono fatte rivivere all’umanità con nuovi suoni.”


    Com’è nata la vostra collaborazione e cosa ha significato per voi?
    “Ci siamo conosciuti in una redazione di giornale nel 1993, e la prima cosa su cui abbiamo collaborato è stato un articolo su l’Indipendente,dopodiché ci siamo innamorati e sposati. Le cose sono andate malissimo dal punto di vista professionale: il giornale ha chiuso perché ha fallito. Inizialmente, in un periodo buio, decidemmo di scrivere buttandoci su un romanzo del barocco, dato che Francesco si è laureato con una tesi sulla famiglia Melani di Pistoia. Eravamo novelli sposi, lavoravamo in nero o sottopagati. Ad un certo punto decidemmo di far leggere il romanzo ad una collega bolognese, che lo adorò e lo definì il romanzo del secolo. Col tempo ci siamo accorti che essere giornalisti significava andare dietro al dolore del mondo, per questo il giornalista ideale deve essere giovane! Andare appresso alle notizie di ogni giorno si è rivelato essere una nebbia che non spariva mai. Tuttavia abbiamo trovato il nostro posto nel passato, che ci ha aiutato a comprendere il presente senza la nota negativa che attanaglia la nostra modernità. Abbiamo abbandonato il giornalismo, l’ansia che provocava ci stava mangiando la vita.”