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  • WE’LL PLAY TILL WE DIE

    WE’LL PLAY TILL WE DIE

    di Marco Vena

    Il 30 Novembre all’interno della biblioteca Amilcar Cabral di Bologna si è tenuto, nella sala conferenze, un incontro dedicato alla presentazione del libro We’ll play till we die. L’autore Mark Andrew Levine tratta dei moti rivoluzionari che post anni 2000 hanno investito gran parte del mondo arabo, ponendo il focus principale sul ruolo promotore e decisivo di alcune correnti musicali, fino ad allora considerate di nicchia. 

    La conferenza si è sviluppata tramite il contributo di più voci: oltre a quelli di Levine, sono da evidenziare gli interventi di Lucia Sorbera e Reda Zine che hanno dato vita a un dialogo con lo scrittore.
    Mark A. Levine comincia il suo racconto esternando lo stupore che lo ha invaso quando, in una notte del 2002 in Marocco, è venuto a conoscenza della presenza del genere punk e di una scena metal sul territorio. Così Levine inizia ad intravedere nelle omogeneità musicali transculturali la possibilità di far emergere i punti di contatto tra le culture più disparate ed eliminare progressivamente le barriere di odio venutesi a creare nel tempo.

    L’autore ripercorre alcuni degli eventi che hanno più profondamente segnato la storia araba recente – dal duro periodo repressivo degli anni ’70 alla digitalizzazione tardiva rispetto all’Occidente dei primi anni 2000 – e giunge così a sottolineare lo stretto legame nato tra musica e politica: la prima, nella sua irruente espressione giovanile, diviene uno strumento per combattere, da un lato, il clima repressivo del governo interno, dall’altro, la visione occidentale che riservava al mondo arabo una mera visone orientaleggiante ed esoticamente lontana.

    Un ruolo centrale nello sviluppo di un movimento musicale arabo, spiega poi Zine, lo ha avuto il Boulevard Festival che, fondato a Casablanca nel 1999, si presentava come un evento gratuito e inclusivo, il quale, in seguito, con la sua progressiva crescita ha portato alla luce moltissimi talenti. Inoltre, grazie ad una nuova riappropriazione storico-culturale, appare favorito un cambio di mentalità che porta a valorizzare ciò che prima era ghettizzato e così, ad esempio, il dialetto in musica diviene un quid in più e termina la sterile emulazione del prodotto occidentale che lascia il posto ad una valorizzazione della tradizione popolare e della lingua locale.

    La conferenza è stata molto coinvolgente sia per la presentazione di tematiche che, nonostante all’apparenza sarebbero potute risultare sconnesse, hanno dimostrato di avere molteplici punti di contatto tra di loro, sia perché la sua forma dialogata ha, senza dubbio, mantenuto la partecipazione dei presenti sempre vivace e ha favorito numerose interazioni tra pubblico e autore.