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    Uomini ascolteranno il nuovo album de I Cani invece di andare in terapia

    di Sofia Landroni

    Ci sono cose che un disco ti fa dire prima ancora di averlo ascoltato. Non serve schiacciare “play” per sapere che ti farà male. Non è questione di malinconia o catarsi, è un’altra cosa. È come sapere che certe canzoni ti terranno la mano mentre stai per cadere, ma solo per lasciarti andare con più eleganza. Ed è così che molti ascolteranno il nuovo album de  I Cani invece di andare in terapia. Perché l’indie italiano non è solo musica, è un modo di metabolizzare il dolore senza chiamarlo per nome.

    In un’epoca in cui l’introspezione viene spesso delegata ai contenuti usa e getta dei social, l’uscita di un disco de I Cani diventa un evento filosofico. Il ritorno di Niccolò Contessa, dopo anni di silenzio e scrittura nell’ombra, porta con sé una narrazione nuova, ma che conserva quella stessa ossessione per il dettaglio, quella poesia urbana, disillusa e lucida, che ha cresciuto un’intera generazione di trentenni post-moderni e ventenni invecchiati troppo in fretta. Nessuno come lui sa dire con leggerezza le cose che fanno male davvero.

    Il nuovo album Post Mortem, un titolo che già da solo è un manifesto, è uno specchio disonesto ma bellissimo della società attuale. Parla di ansia, di relazioni fallite, di identità sgretolate sotto il peso delle aspettative e del bisogno di apparire. Parla di uomini che non sanno più come raccontarsi senza passare per ridicoli, e che si rifugiano nei riferimenti colti, nei testi criptici e nella nostalgia. È il sintomo, e insieme il farmaco della nostra società malata.

    Ma perché ascoltare I Cani anziché andare in terapia?

    Perché gli uomini, quelli a cui piace l’indie, quelli che fumano sulle panchine fuori dai locali, quelli che leggono Camus ma poi non riescono a dire “mi sento solo”, spesso non sanno chiedere aiuto. Non gliel’ha insegnato nessuno. Hanno insegnato loro a suonare la chitarra, a parlare di Godard e della sinistra italiana, a riconoscere i riferimenti nei testi di Battiato, ma non a guardarsi dentro con onestà. E allora ecco che un album come questo diventa uno strumento di autoanalisi: lo si ascolta per sentirsi capiti senza dover spiegare niente a nessuno, per poter dire “questa canzone parla di me”.  

    C’è qualcosa di profondamente atavico in tutto questo. L’arte, da sempre, è il rifugio delle anime tormentate. Ma oggi, in un mondo che  ti chiede costantemente di essere “risolto”, la musica di Contessa permette di restare sospesi, incompleti, problematici. Di essere fragili senza l’obbligo di dover diventare “migliori”. Ecco perché Post Mortem sarà ascoltato in loop da chi non ha il coraggio di prenotare una seduta. Perché è una terapia più dolce, più discreta. Una che non ti guarda negli occhi mentre ti spoglia.

    Eppure non è solo una questione maschile. L’indie, e in particolare I Cani, parlano a tutti quelli che hanno un modo “intellettuale” di soffrire; a quelli che analizzano troppo e vivono poco; a quelli che non vogliono essere felici, ma solo essere capiti. È una forma di nevrosi condivisa, di estetizzazione del disagio, che però, paradossalmente, unisce. C’è una comunità silenziosa che si riconosce in certe frasi sussurrate più che in mille abbracci.

    Il punto non è dire che un disco possa sostituire la psicoterapia. Non lo può fare. Ma può aprire un varco. Può suggerire che la vulnerabilità non è una colpa, che il malessere ha una dignità. Può essere il primo passo, o almeno una tregua.

    E in un mondo che ci vuole performativi anche nel dolore, Post Mortem è una dichiarazione di resa che suona come un atto di resistenza. È l’ammissione che non stiamo bene, ma stiamo. E che, per ora, ci basta così.

    Forse un giorno gli uomini andranno davvero in terapia. Forse.

    Nel frattempo, mettono su il nuovo album de I Cani. E per un attimo, si sentono meno soli.